Ospitiamo con piacere la cronaca di un viaggio speciale, scritta da uno dei protagonisti, il giornalista Marco Mezzano dell’Unione Sarda, che ha accompagnato in Kenya e Tanzania, il recordman-testimonial di AMREF Francesco Gambella.
"Bastano una maglietta e un pallone per sentirsi qualcuno. Ritrovare l'identità perduta nel momento in cui i genitori muoiono consumati dall'Aids o cacciano i propri figli perché non ce la fanno a tirare a campare. Nelle periferie di Nairobi è difficile sentirsi esseri umani. Più semplice tenersi addosso l'etichetta di rifiuto gettato ai margini della città, lontano dalle mura addobbate con i fili dell'alta tensione che cingono i complessi residenziali per ricchi. Fuori centomila ragazzi di strada lottano per sopravvivere. Una massa che agisce secondo i dettami della colla, sniffata a tutte le ore del giorno.
Scenari di eterna disperazione dove ogni tanto si accende una luce. Quella di un gruppo di volontari che si muove tra i rivoli puzzolenti che attraversano gli slums per pescare i bambini, strappar loro la colla dalle mani e provare ad invitarli a Dagoretti, quartier generale del progetto per i minori di Amref international, la più grande organizzazione non governativa dell'Africa che dal 2000 ha recuperato più di mille ragazzi. Qualche volta può servire anche il calcio. Due tiri alla palla, rispettando per la prima volta regole certe. Francesco Gambella, record mondiale di kayak estremo, testimonial di Amref è partito da Olbia per arrivare fin qui tra i ragazzi di strada.
Il Panathlon Club Costa Smeralda e il Comune di Olbia gli hanno affidato una sacca con trentadue divise da calcio e due palloni da consegnare agli allenatori. «Per voi può sembrare poco - dice John Muiruri, ex ragazzo di strada e oggi capoprogetto a Dagoretti - ma il dono di Olbia e della Sardegna restituiranno a centinaia di ragazzi l'identità che hanno perso da anni. Per noi è un pretesto per far avvicinare i bambini e dar loro una nuova opportunità».
La stessa che Gambella dal prossimo giugno, attraverso il Giro d'Italia in canoa, offrirà a milioni di pazienti assistiti dal progetto che ha dato vita ad Amref 50 anni fa, i Flying Doctors. Arrivano dal cielo, catapultati da un Cessna Caravan su piste in terra battuta, spesso fangose, in mezzo ai villaggi, tra i bambini vestiti di stracci. Discese affidate all'esperienza dei piloti, come quella di Kihara Kefa, 37 anni, un passato a bordo dei caccia nell'aviazione militare keniota che di situazioni estreme ne ha viste tante, senza mai perdere il sorriso.
Tutto, però, sembra sia legato ad una forza misteriosa, a quella magia che in Africa si respira in ogni angolo, tra la gente che non nega mai il saluto e gli orizzonti infiniti dove ogni tanto fa capolino una giraffa o una gazzella. Dactari ndege, dottori uccello, li chiamano i pazienti che si presentano all'appuntamento atteso da mesi, stabilito anno per anno su un calendario concordato con gli ospedali. Se così si possono definire delle stanze ricavate nei campi base dei missionari o in strutture governative. Lì aspettano giorni interi, seduti per terra.
Non perché manchino le panchine, ma perché questa è l'Africa, vera, che si muove come trascinata da un fiume che scorre lento. Agli ospedali di Kilimatinde come ad Itigi, in Tanzania, ci si arriva dopo intere giornate di cammino, pedalate in bicicletta, a bordo di bus di linea che rimbalzano sull'asfalto disseminato di voragini, o su un treno che sbuffa per giorni interi. Cornice africana di un viaggio della speranza per rimettere a posto un piede torto o farsi asportare un'ernia. Operazioni che in Tanzania, come in Uganda sono prerogativa del personale dei centri più affermati, dal Kilimangiaro Christian Medical Center di Moshi ai nosocomi di Nairobi. E dei medici di Amref.
Personale altamente specializzato che in tre giorni di missione arriva ad operare trenta persone, visitarne più di centoventi e, soprattutto, insegna ai pochi medici del posto - gli assistant medical office, dottori con la laurea breve - come affrontare le emergenze che vanno oltre l'ordinaria quotidianità della lotta alla malaria, alle infezioni provocate dalla carenza di igiene e acqua. «Non siamo angeli, però in un certo senso ci andiamo vicino - ride Augustini Mallya, 56 anni, ortopedico specializzato del Kcmc - Purtroppo le aspettativa della gente che curiamo spesso vanno oltre le nostre capacità».
È il caso di Cristopher, sette anni, entrambi i piedi deformati. Dal 12 novembre aspetta al Saint Gaspar di Itigi che il dottore volante arrivi dal cielo per raddrizzargli i piedini e permettergli di giocare a pallone. Purtroppo, però, chi si è preso cura di lui non ha fatto i conti con le tempistiche di un intervento simile, utile solo dopo i primi mesi di vita.
Cristopher non riuscirà a diventare veloce come i suoi amichetti. «L'ignoranza di chi gli sta accanto - fa notare Mallya - ha fatto sì che questo bambino mi si presentasse in età avanzata. L'intervento è riuscito, ma non avrà mai i piedi dritti come gli altri. Questo perché la gente non ha pieno accesso alle informazioni». Si presentano all'appuntamento solo per un passaparola, per il messaggio diffuso dalle emittenti locali nei bar o per l'opera delle missioni. È la stessa Amref ad accollarsi le spese degli interventi.
Tradotti in numeri, duemila all'anno, dieci al giorno per medico, 6 mila visite, in 110 ospedali raggiungibili solo in aereo. «Lavoro con Amref dal 1990 - spiega John Wachira, urologo - ho iniziato ad avvicinarmi alla ong quando ancora studiavo nell'ospedale universitario di Eldoret. Pensare che mi piaceva fare il chirurgo e volare in aereo. Non potevo chiedere di meglio quando mi hanno proposto di entrare a far parte dei Flying Doctors».
Nel frattempo altre centinaia di uomini, donne e bambini pregano aspettando il turno, il giorno in cui il Dactari Ndege piomberà dal cielo per guarirli. Volti sofferenti che hanno fatto da cornice al viaggio documentario di undici giorni di Francesco Gambella e di due giovani romani, Alessandro Di Gregorio documentarista ed Enrico Marconi, della casa di produzione tv Imaginali, con la partecipazione della compagnia aerea Klm che ha appoggiato il progetto maturato in Sardegna".
Marco Mezzano