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Dragut il Corsaro: terrore del Mediterraneo, distruzione di Olbia

Nel 1500, l’Italia meridionale e le Isole subirono un numero impressionante di incursioni devastanti perpetrate dal potente corsaro musulmano Dorghut, noto agli occidentali col nome di Dragut. Favoriti dalla debolezza militare e politica del regno di Napoli durante il passaggio di potere tra Aragonesi e Spagnoli, i pirati saraceni intensificarono le proprie razzie, tese soprattutto ad approvvigionare il fiorente mercato orientale degli schiavi. Dragut, appoggiato dalla Francia in un gioco politico anti-imperiale, rappresentava un vero terrore per i naviganti e le popolazioni costiere. Le sue imprese sono attestate da numerose fonti storiche. Dragut, nato nel 1485 in una povera famiglia contadina, arrivò a diventare Viceré di Algeri, Signore di Tripoli e di Al Mahdiyah, per conto del Solimano. Nella sua patria viene celebrato come un eroe, con tanto di città a lui dedicata. Nelle guide turistiche della Turchia si decantano le bellezze di “Turgutreis, luogo di nascita di un grande ammiraglio turco dallo stesso nome. Qui troverete un monumento eretto in suo onore”. Dorghut , chiamato Spada vendicatrice dell’Islam, per la spietatezza delle sue azioni, è quindi entrato nella storia del suo paese. In Occidente, invece, forse per un inconscio meccanismo di paura retroattiva, la figura del feroce corsaro turco sembra quasi aver assunto una dimensione leggendaria.

  
Dorghut ebbe come maestro il temuto corsaro Ariadeno il Barbarossa che nel 1544 si ritirò lasciando a lui il comando della flotta ottomana. Intanto Spagna e Francia combattevano per la supremazia in Europa. Lo spagnolo Carlo V , il “Re Cattolico”, alle prese con gravi conflitti interni, doveva anche fronteggiare la pirateria turca nel Mediterraneo. Pur di riuscire a prevalere sulla Spagna, il “Cristianissimo Francesco I”, re di Francia non esitò, nel 1536, a stipulare un trattato di alleanza in funzione anti-spagnola con l’Impero ottomano (sotto il cui controllo stavano anche i regni barbareschi di Tunisi ed Algeri nel Nord-Africa). L’alleanza francese, strategicamente obbligata, con la flotta di Dragut e con i corsari barbareschi, porterà distruzione, violenze, saccheggi e rovina lungo le coste e nelle isole del Mediterraneo.

  
Secondo alcuni storici, “Dragut agiva come un terrorista al soldo della flotta ufficiale del grande impero ottomano”. La flotta turca-francese dopo aver saccheggiato le isole dell’arcipelago toscano si era trasferita in Corsica e, nell’attesa di attaccare Bonifacio, fece rotta verso la Sardegna. Il 29 luglio 1553, Dragut con la sua “Armada turquesca”, forte di 112 navi tra galere e brigantini, sbarcò nei pressi dell’attuale Olbia (allora Terranova). Dopo aver risalito la costa orientale dell’Isola approdarono forse a Murta Maria o alla spiaggia delle Saline. In quella notte di luna piena, senza incontrare resistenza alcuna, i turchi passano il fiume Padrogiano e, nel giro di nemmeno due ore, arrivano a Terranova, già spopolata poiché le poche centinaia di anime che vi abitavano, preavvisate per tempo, erano sfollate nell'entroterra collinoso. A dare l’esempio, era stato il podestà Pinna, che fu il primo a fuggire. Trovata la città indifesa, Dragut e i suoi uomini, con calcolata azione di terrorismo bellico, saccheggiarono ed incendiarono sistematicamente tutte le case, circa duecento.

  
La stessa sorte toccò alla chiesa di San Paolo. Fu una catastrofe per la cittadina e la sua comunità; non si trattò di un episodico sbarco corsaro ma di una deliberata azione di guerra da parte dell'alleato franco- turco. Rientrava nella strategia diretta a colpire duramente il cattolicissimo Re di Spagna nei suoi possedimenti e, particolarmente, nel suo baluardo della cristianità in mezzo al Mediterraneo. E, non a caso, fu scelta la parte più spopolata e meno difesa dell'Isola. Anche le chiesette e i conventi presenti allora sull’isola di La Maddalena e sulla vicina Santa Maria furono completamente distrutti dai turchi di Dragut; i monaci e gli abitanti che non vennero uccisi o fatti schiavi, dovettero rifugiarsi altrove. Il Vescovo di Ampurias-Civitas, Mons. Luyo De Cotes rimase profondamente impressionato ed amareggiato quando, al rientro dal Concilio di Trento, venne a conoscenza della distruzione di Terranova. Già sede vescovile di una sua Diocesi, con una cattedrale dedicata a San Simplicio oltre alla chiesa di San Paolo, la città, pur traversando una fase di decadenza, manteneva ancora vivo il ricordo del suo splendore, prima sotto Roma, poi sotto Bisanzio, ancora sotto il dominio giudicale ed infine in quello pisano. Ma, mentre sotto l'influenza pisana, il porto aveva conosciuto nuova vitalità e una discreta fortuna, la conquista degli Aragonesi portò allo spostamento dei traffici sulla costa occidentale della Sardegna.

 
Terranova, data in feudo dal re d'Aragona ai Carroz nel 1420, andò incontro ad un progressivo spopolamento. Dopo le pestilenze e le guerre del Trecento e del Quattrocento, anche il Cinquecento fu un secolo di crisi profonda, segnato dalle frequenti scorrerie con saccheggi e distruzioni operate dai corsari sulle coste. E il colpo di grazia a Terranova fu inferto proprio da Dragut. Una fonte autorevole come l’insigne storico Giuseppe Manno, presidente del Senato Subalpino dal 1849 al 1855, e autore dei quattro volumi dedicati alla storia antica e moderna della Sardegna, nel linguaggio dell’epoca scriveva: “...il famigerato corsale Dragut, occupata coll’ausilio delle armi del Cristianissimo una parte della Corsica, portato aveva la guerra anche sui lidi sardi, gettandosi colle sue masnade nel luogo di Terranova da lui barbaramente saccheggiato ed incendiato....”.La situazione che si presenta a Don Salvatore Aymerich, amministratore del feudo dei Massa Carroz, sei mesi dopo l’attacco e il sacco di Terranova da parte di Dragut, era veramente drammatica.
Gli abitanti, quantificati in circa 400, abbandonata la città distrutta, si erano rifugiati nel sicuro entroterra gallurese. Il territorio costiero era completamente spopolato; non più praticate le attività tradizionali come l’agricoltura e la pastorizia. La fame era il nemico quotidiano contro il quale dovevano combattere gli sfollati che lanciarono un disperato appello allo stesso Don Aymerich per alleviare “le tante necessità che in questa povera terra vostra, più che in ogni altra, fanno soffrire in modo indicibile la popolazione...” Nel 1558, cinque anni dopo l’incursione di Dragut, a Terranova vi erano meno di 30 case abitabili. L’anno successivo, la cittadina contava “90 case coperte e abitate; 17 coperte e disabitate, e ben 140 scoperte e rovinate”. Lo si legge in un documento del 1559, molto interessante trattandosi dell’inventario dei feudi sardi di Donna Francesca de Mendoza. Sempre nella stessa carta è scritto che i 90 contribuenti di Terranova erano esentati dal pagamento dei tributi al feudatario poiché la suddetta città era stata “distrutta e incendiata dai Mori”.
Significativa anche la Relazione sulle coste della Sardegna, redatta da Marc’ Antonio Camos nel 1572, diciannove anni dopo quella tragica notte. Riferendosi a Terranova scrive che “era così distrutta da muovere a compassione, perchè da quando Dargut la diede alle fiamme, non si è mai più ripresa”. Per Dragut la morte arrivò nel 1565, sotto forma di una palla di cannone mentre, alla testa di 1600 soldati, guidava un assalto alla fortezza di Sant’Elmo, a Malta. I suoi guerrieri, vestivano pelli di belve, portavano un casco di ferro dorato, avevano il volto tatuato con maschere tali da incutere spavento ed erano armati di scimitarre affilatissime. Dragut venne ferito alla fronte da una scheggia di pietra, perdeva sangue dagli orecchi e dalla bocca. Portato in una tenda vicina, morì due giorni dopo. Il suo corpo fu trasportato e sepolto a Tripoli.
Quanto a Terranova, furono i commerci marittimi a favorire la rinascita del porto gallurese. Nel corso dei secoli è stato documentato il passaggio del marchesato di Terranova dai Carroz ai Massa, ai Borgia ed ai Tellez-Giron. Intorno alla metà del Seicento don Raimondo Massa fece costruire nella città, a quel tempo priva di fortificazioni, un castello con artiglieria e molte armi a salvaguardia del centro abitato, del porto e dei luoghi circostanti, dopo che i Mori di Tunisi e di Algeri li avevano gravemente danneggiati. Dopo la costruzione di tale opera non si lamentò più alcun assalto ma Terranova (già chiamata Olbia in epoca Romana, Fausanié al tempo delle invasioni vandaliche e Cività in età giudicale) rimase per tutta l'età moderna un piccolo paese.



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